PERCHÉ AMO LEGGERE TALEB ♡

Pubblicato il : 16/09/2026


Ci sono autori che leggi per imparare. 

E poi ci sono autori che leggi perché, in qualche modo, ti fanno sentire più forte.


Per me, Nassim Nicholas Taleb è uno di questi.


Taleb è uno scrittore e pensatore che ha costruito gran parte del suo lavoro attorno a rischio, incertezza, casualità e imprevedibilità.


Ma, più di tutto, è uno che ha il coraggio di disturbare.


Taleb non ti lascia tranquillo.


E a me questa cosa piace.


L´ANTIFRAGILITÀ


Uno dei concetti che più mi ha colpito è quello di antifragilità.


Siamo abituati a pensare che le cose possano essere fragili oppure robuste.


Una cosa fragile si rompe sotto stress.


Una cosa robusta resiste.


Taleb introduce una terza possibilità: qualcosa che, in determinate condizioni, non si limita a resistere agli urti, ma può addirittura trarne beneficio.


È il caso, per esempio, dei muscoli: sottoposti a uno stress adeguato, si adattano e diventano più forti.


Ma il concetto va molto oltre.


Mi fa pensare a sistemi, organizzazioni, persone e persino economie che possono crescere proprio grazie alla variabilità, agli errori, agli imprevisti e ai piccoli fallimenti.


Non significa che ogni stress sia positivo o che ogni fallimento faccia bene.


Significa piuttosto che esistono sistemi capaci di trasformare una parte dell´incertezza in apprendimento.


Ed è questo che trovo affascinante.


PERCHÉ TALEB MI PIACE


Taleb mi piace anche per il suo modo di pensare.


È provocatorio, spesso irriverente e decisamente controcorrente.


Ma soprattutto non ha paura di mettere in discussione ciò che tutti sembrano dare per scontato.


È come se continuasse a chiederti:


E se fosse completamente sbagliato?


Questa domanda, apparentemente semplice, secondo me è potentissima.


Perché ci costringe a mettere in discussione le nostre certezze.


A non innamorarci troppo delle spiegazioni facili.


A ricordarci che spesso raccontiamo il passato come se fosse stato molto più prevedibile di quanto fosse realmente.


E forse è proprio questo uno degli insegnamenti che mi porto dietro dalla lettura di Taleb: la libertà di poter cambiare idea.


Non avere sempre ragione.


Ma essere disposti a scoprire di avere torto.


Quello che più amo di Taleb è anche il modo in cui riesce a lasciare spazio a chi normalmente rimane invisibile.


A chi fallisce.


A chi rischia.


A chi prova senza riuscire.


A chi prende strade diverse da quelle celebrate dal sistema.


È come se ci ricordasse che dietro ogni successo esistono anche molte storie che non vediamo, e che persino quelle apparentemente sconfitte possono avere un valore.


IL VALORE DI CIÒ CHE NON ACCADE


Un altro aspetto che trovo interessante nel pensiero di Taleb è il valore di ciò che non accade.


Siamo abituati a misurare il valore attraverso i risultati visibili.


Un progetto realizzato.


Un investimento riuscito.


Una decisione che produce un risultato positivo.


Molto meno spesso consideriamo il valore di una scelta che impedisce un problema.


Pensiamo alla medicina, alla gestione di un´azienda o alla vita quotidiana: a volte intervenire sembra sempre meglio che non fare nulla.


Ma ogni intervento può avere conseguenze impreviste.


È il tema della iatrogenesi: il rischio che un intervento pensato per risolvere un problema finisca per crearne un altro.


Questo non significa che non bisogna intervenire.


Significa che anche il non fare, il rimandare, il dire no o semplicemente l´attendere possono essere decisioni.


E alcune volte sono proprio queste decisioni a evitare danni che non vedremo mai.


Penso al manager che evita un investimento sbagliato.


A chi decide di non fare un acquisto impulsivo.


A chi rinuncia a una decisione affrettata.


A chi sceglie di aspettare prima di rispondere quando è arrabbiato.


In tutti questi casi, il risultato può essere quasi invisibile.


Non c´è una vittoria da celebrare, perché non c´è stata una sconfitta da raccontare.


Eppure, forse, è proprio questo il punto.


Ci sono decisioni il cui valore si misura non da ciò che producono, ma da ciò che impediscono.


Un investimento che non viene fatto.


Un errore che non viene commesso.


Un conflitto che non esplode.


Un problema che non arriva mai a esistere.


Sono successi silenziosi.


E proprio perché nessuno li vede, spesso nessuno li riconosce.


IL MANAGER E L´ARTE DI NON INTERVENIRE


Questo vale anche nel management.


Un buon manager non è necessariamente quello che prende continuamente decisioni o che modifica continuamente ciò che funziona.


A volte il suo valore sta proprio nel non intervenire.


Nel non cambiare una strategia solo perché i risultati nel breve periodo non sono perfetti.


Nel non introdurre una nuova procedura solo per dimostrare di aver fatto qualcosa.


Nel saper aspettare prima di prendere una decisione irreversibile.


E soprattutto nel creare condizioni in cui gli errori piccoli possano essere assorbiti prima di diventare errori grandi.


Anche questo, secondo me, è management.


Non solo fare.


Ma sapere quando fare e quando non fare.


Un manager può creare valore non soltanto attraverso le proprie decisioni, ma anche attraverso lo spazio che lascia agli altri per decidere, sperimentare, sbagliare e imparare.


A volte il manager migliore non è quello che ha una risposta per tutto.


È quello che sa riconoscere quando non deve essere lui a dare la risposta.


WU WEI E L´ARTE DI NON FORZARE


Questa idea mi fa pensare anche al concetto taoista di wu wei, che non interpreto come semplice inattività, ma come la capacità di agire senza forzare.


Non significa non fare nulla.


Significa evitare di intervenire continuamente per cercare di controllare ciò che non possiamo controllare.


Lasciare spazio.


Osservare.


Capire quando è il momento di agire e quando, invece, è meglio non interferire.


È un concetto che non coincide con il pensiero di Taleb, ma che trovo sorprendentemente vicino ad alcune delle sue intuizioni.


FABIO MASSIMO E LA FORZA DELL´ATTESA


Un altro esempio che mi ha fatto riflettere è quello di Quinto Fabio Massimo, il Cunctator.


La sua strategia durante la Seconda guerra punica non consisteva nell´affrontare Annibale direttamente a ogni costo.


Al contrario, cercava di evitare lo scontro decisivo, guadagnare tempo e logorare progressivamente il nemico.


Non era semplice passività.


Era una scelta strategica.


E anche qui ritorna un´idea che mi interessa molto:


non sempre agire subito è la scelta migliore.


A volte la capacità di aspettare, osservare e lasciare che gli eventi si sviluppino può essere una forma di forza.


I CIGNI NERI


E poi ci sono i Cigni Neri.


Forse il concetto più famoso associato a Taleb.


Un Cigno Nero è, nel suo quadro concettuale, un evento altamente imprevedibile secondo le aspettative ordinarie, capace di produrre un impatto enorme e che, una volta accaduto, tende a essere spiegato a posteriori come se fosse stato prevedibile.


È proprio quest´ultimo punto che trovo particolarmente interessante.


Dopo che qualcosa è successo, siamo bravissimi a costruire una storia che sembra spiegare tutto.


"Era evidente."


"Si capiva."


"Era inevitabile."


Ma prima che accadesse, forse non era affatto così evidente.


Taleb ci ricorda quindi quanto sia facile confondere la capacità di spiegare il passato con la capacità di prevedere il futuro.


E questo cambia il modo in cui guardo all´incertezza.


Non posso sapere tutto ciò che accadrà.


Posso però cercare di costruire una vita, un´azienda o un sistema che non dipenda dal fatto che le mie previsioni siano sempre corrette.


L´IMPRENDITORE, IL MANAGER E L´ANTIFRAGILITÀ COLLETTIVA


Ed è qui che arrivo a una delle idee di Taleb che più mi hanno colpito.


In Antifragile immagina una sorta di Giornata Nazionale dell´Imprenditore, con un messaggio molto provocatorio: molti imprenditori falliranno, si impoveriranno e verranno magari considerati dei perdenti, ma dovremmo essere loro grati per i rischi che hanno corso e per ciò che quei tentativi hanno prodotto per la società.


Questa idea mi piace perché ribalta completamente il modo in cui siamo abituati a guardare il fallimento.


Siamo molto bravi a celebrare chi arriva al successo.


Molto meno a riconoscere il valore di chi prova e fallisce.


Eppure è proprio qui che trovo una delle idee più interessanti dell´antifragilità:


LA FRAGILITÀ DEL SINGOLO PUÒ CONTRIBUIRE ALLA FORZA DEL SISTEMA.


Penso all´imprenditore che investe tempo, denaro, energie e magari anni della propria vita per costruire qualcosa.


Può fallire.


Un imprenditore chiude un ristorante perché ha scelto una posizione sbagliata. Un altro, osservando quell´esperienza, evita lo stesso errore.


Una startup fallisce perché il mercato non era pronto. Un´altra impara da quella storia e modifica il proprio modello.


Un´azienda investe in una tecnologia che si rivela inefficace. Le successive potranno decidere di non fare lo stesso investimento.


Un manager introduce un processo che crea più problemi di quanti ne risolva. Il suo successore potrà imparare da quell´esperienza e costruire un´organizzazione migliore.


Penso all´imprenditore o al manager che, dopo una serie di tentativi, errori e fallimenti, contribuisce — anche senza saperlo — a rendere più robusto il sistema economico e organizzativo, perché ciò che ha imparato può diventare informazione preziosa per chi verrà dopo.


IL SINGOLO PUÒ PERDERE.

IL SISTEMA PUÒ IMPARARE.


E questa, per me, è una delle forme più interessanti di antifragilità.


Non significa che il fallimento sia sempre positivo.


Non lo è.


Significa che, in un sistema aperto e decentralizzato, la somma di molti tentativi, errori, fallimenti e successi può generare conoscenza che nessun individuo, da solo, avrebbe potuto produrre.


La fragilità del singolo può quindi diventare, in determinate condizioni, una fonte di apprendimento per molti.


Una sorta di ANTIFRAGILITÀ COLLETTIVA, costruita anche attraverso la fragilità individuale.


QUELLO CHE MI RIMANE


Forse è questo il motivo per cui amo leggere Taleb.


Non perché abbia trovato in lui tutte le risposte.


Anzi.


Forse perché mi ha insegnato ad apprezzare maggiormente le domande.


A non fidarmi troppo delle certezze.


A considerare il valore dell´attesa.


A riconoscere che non tutto ciò che è visibile è ciò che conta.


A ricordarmi che l´incertezza non può essere eliminata.


E soprattutto a pensare che forse non dobbiamo costruire una vita in cui nulla possa andare storto.


Dobbiamo piuttosto cercare di costruire persone, aziende e sistemi capaci di sopravvivere agli errori, imparare dagli imprevisti e, quando possibile, diventare più forti grazie a ciò che accade.


E forse è anche questo il senso più bello dell´antifragilità:


non costruire un mondo in cui nessuno possa fallire, ma un sistema capace di imparare anche dai fallimenti di chi ha avuto il coraggio di provarci.


Perché, qualche volta, LA FRAGILITÀ DI UNO PUÒ DIVENTARE LA FORZA DI MOLTI.


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