Pubblicato il : 14/09/2026
In questo ultimo periodo sto rispolverando un libro di Peter Freeth, formatore e autore nell’ambito della PNL, che avevo studiato durante il mio percorso di Master Practitioner in PNL.
Rileggendolo oggi, alcuni concetti mi stanno facendo riflettere più di quanto avessero fatto la prima volta.
Uno di questi è proprio il modeling.
COS’È DAVVERO IL MODELING?
Quando pensiamo al modeling, la prima cosa che ci viene in mente è probabilmente imitare qualcuno.
Osservo una persona che considero brava in qualcosa e cerco di fare come lei.
Ma il modeling, per come lo intendo io, è molto più interessante di una semplice imitazione.
Significa osservare una persona con attenzione e cercare di comprendere come funziona.
Come pensa?
Come affronta le situazioni?
Come comunica?
Come cambia il suo stato quando parla di qualcosa che per lei è importante?
Come utilizza la voce, lo sguardo, la postura, la respirazione?
Sono proprio questi dettagli che spesso fanno la differenza.
Perché quando osserviamo davvero qualcuno, non stiamo guardando soltanto ciò che fa.
Stiamo cercando di comprendere che cosa c’è dietro a ciò che fa.
E la cosa interessante è che non tutto ciò che impariamo passa necessariamente dalla nostra consapevolezza.
L’APPRENDIMENTO IMPLICITO
Possiamo infatti parlare di apprendimento implicito: imparare qualcosa senza dover necessariamente analizzare e spiegare ogni singolo passaggio.
Pensiamo a un bambino che impara a parlare.
Non studia prima la grammatica.
Ascolta, osserva, prova, sbaglia e riprova.
E piano piano impara.
Anche noi, nella vita quotidiana, impariamo moltissimo osservando gli altri.
A volte senza rendercene conto.
Possiamo fare nostro un modo di parlare, di reagire, di affrontare una difficoltà o persino di stare con gli altri.
Ed è qui che trovo interessante anche il discorso sui neuroni specchio.
I NEURONI SPECCHIO
I neuroni specchio furono scoperti negli anni Novanta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, tra cui Giacomo Rizzolatti, Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese.
Studiando alcune cellule nervose nei macachi, i ricercatori notarono che determinati neuroni si attivavano non solo quando la scimmia compiva un’azione, ma anche quando osservava qualcun altro compiere un’azione simile.
Da qui il nome neuroni specchio.
La scoperta ha contribuito a farci comprendere meglio il ruolo che l’osservazione e l’imitazione possono avere nell’apprendimento.
Non significa che possiamo “copiare” automaticamente una persona semplicemente guardandola.
Ma ci ricorda una cosa interessante:
OSSERVARE GLI ALTRI PUÒ AVERE UN RUOLO NEL NOSTRO MODO DI APPRENDERE.
Ed è proprio questo che trovo affascinante quando penso al modeling.
Perché forse il punto non è copiare.
Il punto è imparare.
DAL COPIARE ALL’INCARNARE: LE TRE FASI DEL MODELING
Pensando al modeling, mi piace immaginarlo come un percorso in tre fasi.
1. IMITAZIONE CONSCIA — COPIARE
All’inizio ci concentriamo sui dettagli.
Osserviamo il nostro modello e cerchiamo di riprodurre ciò che fa: come si muove, come parla, come utilizza la voce, lo sguardo, la postura.
Analizziamo.
Proviamo.
Correggiamo.
È una fase che richiede molta energia mentale, perché dobbiamo essere consapevoli di quello che stiamo facendo.
E proprio per questo, a volte, il risultato può sembrare un po’ rigido o artificiale.
Stiamo ancora facendo.
2. INTEGRAZIONE — ASSIMILARE
Poi qualcosa cambia.
Attraverso la pratica e la ripetizione, ciò che prima dovevamo controllare consapevolmente comincia a diventare più naturale.
Non abbiamo più bisogno di osservare continuamente il modello per sapere cosa fare.
Il comportamento diventa più fluido e può essere richiamato con sempre meno sforzo consapevole.
È come se ciò che abbiamo imparato fosse diventato parte del nostro modo automatico di funzionare.
Stiamo iniziando ad assimilare.
3. INCARNAZIONE — ESSERE
Ed eccoci al punto che trovo più interessante.
L’abilità non è più semplicemente qualcosa che facciamo.
Comincia a fondersi con chi siamo.
Non riproduciamo più esattamente il comportamento del nostro modello.
Ne abbiamo assimilato i principi, le strategie, il modo di affrontare determinate situazioni.
Ma li esprimiamo attraverso la nostra personalità, la nostra voce e il nostro stile.
A quel punto non dobbiamo più pensare:
“COME FAREBBE LUI?”
Perché, in qualche modo, quel modo di funzionare è diventato anche nostro.
Non stiamo più copiando.
STIAMO INCARNANDO.
E LE PERSONE CHE FREQUENTIAMO?
A questo punto mi viene in mente una frase molto conosciuta di Jim Rohn:
“Sei la media delle cinque persone che frequenti di più.”
Non la prenderei alla lettera.
Non siamo matematicamente la media di cinque persone.
Ma il concetto mi piace molto.
Perché le persone che frequentiamo possono diventare, anche senza volerlo, dei nostri modelli.
Le osserviamo.
Le ascoltiamo.
Vediamo come reagiscono.
Vediamo cosa considerano normale.
E, nel tempo, possiamo iniziare a fare nostri alcuni dei loro comportamenti, delle loro abitudini e dei loro standard.
Se frequento continuamente persone che vedono problemi, probabilmente finirò per prestare più attenzione ai problemi.
Se frequento persone che cercano possibilità, potrei iniziare a vedere più possibilità.
Se frequento persone che si mettono continuamente in discussione, forse inizierò a fare più domande anche a me stessa.
Questo non significa dover scegliere le persone in base a quanto ci possono essere utili.
Significa semplicemente essere consapevoli di ciò a cui ci esponiamo ogni giorno.
CHI STO OSSERVANDO?
Forse, quando parliamo di cambiamento, dovremmo farci anche queste domande:
CHI STO OSSERVANDO?
CHI STO FREQUENTANDO?
QUALI COMPORTAMENTI STO RENDENDO NORMALI PER ME?
QUALI QUALITÀ STO IMPARANDO, ANCHE SENZA ACCORGERMENE?
E soprattutto:
CHI VORREI OSSERVARE PER IMPARARE QUALCOSA CHE ANCORA NON SO FARE?
Perché il modeling non significa diventare qualcun altro.
Significa osservare qualcuno e chiederci:
COSA POSSO IMPARARE DA QUESTA PERSONA E TRASFORMARE IN QUALCOSA CHE APPARTENGA DAVVERO A ME?
All’inizio osserviamo.
Proviamo.
Ripetiamo.
Sperimentiamo.
Poi, con il tempo, qualcosa cambia.
Non abbiamo più bisogno di pensare a ogni singolo gesto.
Non dobbiamo più ricordarci come quella persona parlava, si muoveva o affrontava quella situazione.
Quello che abbiamo imparato comincia a diventare nostro.
Non stiamo più cercando di essere come qualcun altro.
Stiamo integrando una possibilità nuova nel nostro modo di essere.
STIAMO DIVENTANDO UNA VERSIONE PIÙ AMPIA DI NOI STESSI.
Ed è forse questo, per me, il vero senso del modeling.
OSSERVARE QUALCUNO PER SCOPRIRE NUOVE POSSIBILITÀ DENTRO DI NOI.
E forse una delle chiavi è proprio passare dal:
“IO FACCIO”
al:
“IO SONO”.
Non limitarsi a fare ciò che fa quella persona, ma iniziare a pensare, sentirsi e comportarsi come se quella qualità fosse già parte di noi.
Perché forse la vera riuscita di un modeling non sta nel momento in cui noi pensiamo di averlo fatto bene.
Sta nel momento in cui sono gli altri, senza che abbiamo detto nulla, a guardarci e dirci:
“CAVOLO… MA SEI LEI.”
O:
“MA SEI PROPRIO LUI!”
E allora capiamo che non stiamo solo copiando, stiamo incarnando.
E FORSE È PROPRIO QUI CHE IL MODELING HA DAVVERO FUNZIONATO.