Pubblicato il : 11/09/2026
Anni fa, in un periodo in cui soffrivo di disturbi alimentari, sono andata da un endocrinologo.
Ricordo ancora perfettamente quello che mi disse:
«Mi dica la verità… lei si mette le dita in gola?»
Io non soffrivo di bulimia.
Il mio problema era quasi l’opposto: ero fissata con il cibo che consideravo sano, con quello che mangiavo, con il controllo.
In quel momento, però, non mi sentii ascoltata.
Mi sentii incasellata e anche giudicata.
E sono uscita da quello studio piangendo.
Oggi, probabilmente, risponderei in modo molto diverso.
Ehehe. :)
Al di là di tutto..quell’episodio mi è rimasto impresso.
Perché avevo bisogno di essere ascoltata, non semplicemente classificata.
E proprio per questo, quando ho iniziato a leggere STFU di Dan Lyons, una parte del libro mi ha fatto drizzare le antenne.
I MEDICI DOVREBBERO ESSERE TRA I MIGLIORI ASCOLTATORI. E INVECE…
C’è un dato che mi ha colpita particolarmente.
Jerome Groopman, nel suo libro How Doctors Think del 2007, racconta che in media un medico interrompe il paziente dopo appena 18 secondi dall’inizio del suo racconto.
Diciotto secondi.
Non so voi, ma io in diciotto secondi non ho ancora finito di capire cosa voglio raccontare. :)
E il punto, forse, non è soltanto l’interruzione.
È quello che può succedere nella nostra testa mentre l’altra persona sta ancora parlando.
Daniel Kahneman ha studiato una trappola cognitiva che chiamiamo effetto di ancoraggio: la tendenza a lasciarci influenzare eccessivamente dalla prima informazione che riceviamo, utilizzandola come punto di riferimento per le valutazioni successive.
In medicina può diventare particolarmente interessante.
Il paziente comincia a raccontare i suoi sintomi, il medico raccoglie le prime informazioni e magari, dopo pochi secondi, si forma già un’ipotesi:
«Ho capito cosa potrebbe essere.»
Da quel momento, il rischio è che le informazioni successive vengano interpretate alla luce di quella prima idea, invece di rimanere davvero aperti alla possibilità che l’ipotesi iniziale sia sbagliata.
Ed è qui che penso al mio endocrinologo.
Forse, se mi avesse lasciato parlare un po’ di più, avrebbe avuto qualche informazione in più per capire che il mio problema non era quello che aveva immaginato.
Non lo so.
E non voglio trasformare un’esperienza personale in una sentenza sui medici.
Non sto generalizzando.
Nella mia vita ho conosciuto medici straordinariamente umani, capaci di ascoltare davvero, di fare domande, di mettermi a mio agio e di vedere prima la persona e poi il problema.
Ma proprio perché esistono medici così, mi chiedo perché l’ascolto non dovrebbe essere considerato una delle competenze fondamentali della professione.
Perché un paziente non arriva dal medico soltanto con un sintomo.
Arriva con una storia.
Con delle paure.
Con delle convinzioni.
Con informazioni che magari non sa nemmeno organizzare bene.
E qualche volta proprio dentro quella storia c’è la chiave per capire cosa sta succedendo.
LA SINDROME DEL PRIMO DELLA CLASSE
E qui arrivo a una cosa che mi fa sorridere, ma fino a un certo punto.
La "sindrome del primo della classe."
Quando sei abituato a studiare, sapere, risolvere e trovare la risposta giusta, può diventare difficile fermarti davanti a qualcosa che non hai ancora capito.
Soprattutto quando gli altri vengono da te proprio perché pensano che tu abbia la risposta.
Si crea un’asimmetria professionale.
Tu sei quello che sa.
L’altro è quello che si affida.
Ed è una dinamica necessaria, soprattutto in medicina.
Ma a volte, forse, questa asimmetria può alimentare anche l’ego professionale.
Perché se tutti vengono da te per avere risposte, può diventare facile pensare di doverle avere sempre.
E allora forse la vera competenza non è soltanto sapere.
È anche riuscire a dire:
«Aspetta. Prima ascolto.»
E, in alcuni casi:
«Aspetta. Prima mi metto in discussione.»
Perché mettersi in discussione non significa essere meno competenti.
A volte significa essere abbastanza competenti da sapere che potremmo non aver capito tutto.
E QUESTO VALE ANCHE PER I "LEADER"
Secondo me, questo discorso vale anche per molti leader, ma meriterebbe un capitolo a parte.
E al momento non ho ancora abbastanza informazioni per approfondirlo come vorrei.
Quindi mi fermo qui.
QI, QE E QUELLA COSA SEMPLICE CHE CHIAMIAMO ASCOLTO
Ed è qui che STFU mi ha fatto venire un’altra domanda.
In alcune situazioni, quanto conta il QI?
E quanto conta il QE?
Probabilmente entrambi.
La competenza tecnica è fondamentale.
La conoscenza è fondamentale.
L’esperienza è fondamentale.
Ma quando hai davanti una persona, forse c’è qualcosa che viene prima di tutto questo:
ascoltarla.
Perché puoi avere il curriculum perfetto, una preparazione straordinaria e un’intelligenza fuori dal comune.
Ma se non ascolti davvero chi hai davanti, rischi di perdere proprio le informazioni che ti servono per capire.
E allora forse la vera competenza non è soltanto:
«Io so.»
È anche:
«Fammi ascoltare.»
«Fammi capire.»
«Fammi mettere in discussione.»
Perché sicuramente tutto è importante.
La conoscenza.
La tecnologia.
L’esperienza.
La competenza.
Ma credo che l’ascolto sia una delle migliori cure che abbiamo a disposizione.
E forse è proprio per questo che mi ha colpito così tanto quel numero:
18 secondi.
Diciotto secondi prima di interrompere una persona che è venuta da te per raccontarti cosa le sta succedendo.
Forse, prima di cercare la risposta, potremmo semplicemente lasciarla parlare.
E magari scoprire che, qualche volta, la risposta era proprio lì.
Nella storia che stavamo per interrompere.