Pubblicato il : 12/09/2026
Ero alle terme.
Mi stavo asciugando i capelli, in quel momento in cui sei lì, apparentemente rilassata, con il phon che copre quasi tutti i rumori intorno.
Quasi.
A un certo punto ho sentito una mamma e un papà urlare a un bambino:
"Sei stupido."
"Non vali niente."
Sono dovuta andare via.
Sono uscita dallo spogliatoio dicendo l’Ave Maria e alcune persone probabilmente mi avranno presa per pazza.
Ma ero davvero arrabbiata.
Quelle parole non si dicono a un bambino.
Non si dice a un bambino che è stupido.
Al massimo si potrebbe dire: «Hai fatto una cosa stupida».
Che poi, neanche quello. Perché se non gli spieghi il perché, cosa capisce questa creatura?
Che è stupida?
Che ha sbagliato?
Che ha fatto qualcosa che non va?
Un bambino sta ancora costruendo l’idea che ha di sé. E allora forse dovremmo stare un po’ più attenti a distinguere quello che una persona fa da quello che una persona è.
Perché un comportamento si può correggere.
Un errore si può spiegare.
Ma se continui a dire a un bambino che è stupido, prima o poi potrebbe iniziare a crederci.
E se proprio la voce di chi dovrebbe accompagnarlo, proteggerlo e aiutarlo a crescere gli dice che non vale niente, quanto può essere difficile, un giorno, distinguere tra «ho fatto una cosa sbagliata» e «sono sbagliato»?
Quella rabbia era fortissima.
Mi prendeva lo stomaco, mi faceva accelerare i pensieri e mi faceva venire voglia di fare qualcosa.
Subito.
Ma non ero nella condizione di fare qualcosa di utile.
E così sono andata via.
Poi, quando mi sono calmata, ho iniziato a chiedermi perché quella scena mi avesse toccata così tanto.
E lì è arrivata un’altra consapevolezza.
Forse quella rabbia non aveva a che fare soltanto con quello che avevo sentito.
Forse aveva toccato qualcosa che per me è importante.
I miei valori.
Il rispetto.
La dignità.
La cura nella relazione con un bambino.
Il modo in cui parliamo alle persone e, soprattutto, a quelle che stanno ancora costruendo l’idea che hanno di sé.
Ma forse c’era anche dell’altro.
Io ho degli strumenti.
Conosco il coaching.
Studio comunicazione.
E proprio perché ho degli strumenti, quella sera mi sono resa conto di una cosa che mi ha dato ancora più fastidio:
non stavo facendo niente di concreto.
E forse anche questo faceva parte della mia rabbia.
È facile arrabbiarsi davanti a qualcosa che riteniamo profondamente sbagliato.
Molto più difficile è chiedersi:
«Io, con quello che so, cosa posso fare?»
Ho preso il cellulare e ho registrato un video di sfogo.
Non l’ho pubblicato.
Per fortuna, forse.
Perché quel video mi ha permesso di ascoltarmi.
E mentre mi ascoltavo ho capito che la rabbia mi stava raccontando qualcosa.
Mi stava dicendo che per me quella cosa conta.
Ma mi stava anche mettendo davanti a una responsabilità.
Perché se hai degli strumenti e riconosci che potrebbero essere utili, prima o poi arriva il momento in cui devi chiederti cosa vuoi farne.
E qualche tempo dopo mi è successa una cosa simile al ristorante.
Stavo leggendo il menù baby.
Pizza.
Patate.
Cotolette.
Bibite gassate.
E ho pensato: ma perché facciamo proprio così?
Non perché penso che un bambino non debba mai mangiare una pizza, delle patate o una cotoletta.
Ci mancherebbe.
Ma mi sono chiesta perché, quando pensiamo a un menù per bambini, la proposta sia quasi sempre quella.
Come se fosse scontato.
Come se non ci fossero alternative.
Ne ho parlato con la titolare, che è una mia conoscente.
Anche lei mi ha dato ragione.
Ma era alta stagione.
E in alta stagione, giustamente, ci sono mille cose da fare.
Non era certo il momento di mettersi a ripensare il menù baby.
Eppure quella conversazione mi ha fatto pensare ancora una volta alla stessa cosa.
Accorgersi che qualcosa potrebbe essere diverso non significa automaticamente riuscire a cambiarlo.
Ci sono abitudini talmente radicate che continuano a esistere semplicemente perché sono diventate la normalità.
A volte perché nessuno ci ha insegnato a fare diversamente.
A volte perché davvero non sappiamo che esistano alternative.
A volte perché cambiare richiede tempo, energia e organizzazione.
E altre volte perché, molto semplicemente, così fa comodo.
Anche economicamente.
Quindi la domanda «Ma perché facciamo proprio così?» non ha sempre una risposta semplice.
E forse nemmeno la rabbia.
Perché la rabbia può dirci che qualcosa per noi conta, ma non ci dice necessariamente che cosa possiamo fare per cambiarlo.
Quello viene dopo.
Possiamo ascoltarla.
Possiamo chiederci da dove arriva.
Possiamo capire quale valore è stato toccato.
E poi possiamo decidere se e come trasformarla in qualcosa di concreto.
A volte sarà una conversazione.
A volte una scelta.
A volte un cambiamento piccolo.
A volte, invece, sarà semplicemente la consapevolezza che in quel momento non possiamo fare di più.
Io, alle terme, sono andata via.
Ho pregato.
Mi sono calmata.
Al ristorante ho parlato con la titolare.
In entrambi i casi non ho cambiato il mondo.
Però ho fatto una cosa che forse è già un inizio:
ho ascoltato la mia rabbia invece di limitarmi a subirla.
E allora torno alla domanda che mi ero fatta quella sera:
Se ho degli strumenti che possono essere utili, perché non li sto ancora usando?
Forse non significa che devo intervenire sempre.
Forse significa che devo imparare a capire quando posso fare qualcosa, cosa posso fare e quando invece devo accettare che non dipende da me.
Perché una cosa è accorgersi che qualcosa ci fa arrabbiare.
Un’altra è chiedersi se possiamo trasformare quella rabbia in qualcosa di concreto.
Forse non ho ancora una risposta definitiva.
Ma forse non devo averla subito.
Perché a volte la rabbia non arriva per dirci soltanto:
«Questo non mi piace.»
A volte arriva per dirci:
«Questo per te conta.»
E qualche volta, se siamo disposti ad ascoltarla fino in fondo, aggiunge:
«Adesso che lo sai, cosa vuoi farne?»