IL COACHING: TRA PERFEZIONE ED ECCELLENZA

Pubblicato il : 08/10/2026




Ieri ho parlato con una signora tedesca che mi ha raccontato di aver iniziato a studiare l´italiano. 


A un certo punto mi ha portata a visitare la sua casa e, mentre camminavamo da una stanza all’altra, mi descriveva a memoria ogni mobile, ogni oggetto, ogni dettaglio.


Più la ascoltavo, più mi rendevo conto di quanto parlasse bene italiano.


Si esprimeva con naturalezza, conosceva molti termini e riusciva a raccontarmi ciò che vedeva senza cercare continuamente le parole.


Eppure, quando le ho suggerito di parlare italiano più spesso, per fare pratica, mi ha risposto:



“Ho paura di sbagliare.”



Ed è proprio lì che è iniziato il vero coaching.


TRA PERFEZIONE ED ECCELLENZA C’È UNA GRANDE DIFFERENZA


Le ho spiegato che esiste una grande differenza tra perfezione ed eccellenza.


La perfezione ci può bloccare.


Ci fa credere che dobbiamo essere pronti, competenti, sicuri e impeccabili prima ancora di iniziare. Ci porta a vivere l’errore come un fallimento, anziché come una parte naturale del processo di apprendimento.


L’eccellenza, invece, nasce dal coraggio di mettersi in gioco, imparare e migliorare un passo alla volta.


Non significa accontentarsi.


Significa accettare che il miglioramento non avviene prima dell’azione, ma attraverso l’azione.


Si impara parlando.


Si migliora facendo.


Si diventa più sicuri anche attraversando quella zona di incertezza che spesso vorremmo evitare.


ANCHE IO PARLO UN INGLESE NON PERFETTO


Mentre parlavo con lei, ho pensato anche a me.


Quando parlo inglese, so di non essere perfetta.. forse lo parlo meglio con due spritz in corpo ;)


Potrei aspettare di conoscere ogni parola, di costruire ogni frase senza esitazioni, di avere una pronuncia impeccabile.


Ma cosa perderei nel frattempo?


Per me, il cuore del messaggio viene prima della perfezione della forma.


Se aspettassi di parlare un inglese perfetto prima di utilizzarlo, mi perderei la bellezza di uno scambio comunicativo, la possibilità di incontrare persone, condividere pensieri, ascoltare punti di vista diversi e arricchirmi attraverso la relazione.


La comunicazione non è una prova d’esame. È un incontro.


E negli incontri autentici non serve essere perfetti per essere presenti.


IL RUOLO DEL COACHING: VEDERE CIÒ CHE ANCORA NON VEDIAMO


In quel momento ho cercato di restituire a quella donna un’immagine diversa di sé.


Io vedevo una persona che parlava già molto bene italiano.


Lei vedeva soprattutto la possibilità di sbagliare.


Ed è qui che, per me, il coaching assume il suo significato più profondo: aiutare una persona a vedere il proprio potenziale quando lei stessa fa ancora fatica a riconoscerlo.


A volte abbiamo bisogno che qualcuno creda in noi prima ancora che riusciamo a farlo pienamente da soli.


Non perché il coach debba sostituirsi alla persona.


Al contrario.


Il coaching non consiste nel dire agli altri chi devono diventare.


Consiste nel creare uno spazio nel quale possano riconoscere più chiaramente chi sono, cosa possono fare e quali possibilità hanno davanti a sé.


LO SGUARDO CHE MI PORTO A CASA


E la cosa più bella che mi porto a casa da quell’incontro è proprio questa.


Dopo averla ascoltata, guardata e osservata mentre descriveva con tanta naturalezza la sua casa, le ho semplicemente detto:


“Sei veramente bravissima. Hai un italiano veramente bellissimo.”


In quel momento ho visto cambiare il suo sguardo.


Uno sguardo luminoso.


Come se, per un istante, avesse potuto vedersi attraverso i miei occhi.


E quando siamo uscite, era entusiasta.


Si è rivolta a suo marito e gli ha detto, quasi con orgoglio:


“Nicole ha detto che ho un bellissimo italiano!”


E quella frase mi è rimasta dentro.


Perché mi ha fatto capire quanto può essere potente una parola di riconoscimento.


Forse non aveva bisogno di una nuova regola grammaticale.


Non aveva bisogno di conoscere altre parole.


Aveva bisogno di qualcuno che le restituisse ciò che già possedeva e che lei, presa dalla paura di sbagliare, non riusciva più a vedere.


Ed è questo, forse, uno dei doni più belli che possiamo fare agli altri: riconoscere ciò che di prezioso c’è già in loro e aiutarli a riconoscerlo a loro volta.


L’ERRORE NON È IL CONTRARIO DEL SUCCESSO


Forse dovremmo cambiare il modo in cui guardiamo agli errori.


Un errore mentre impariamo una lingua non significa che non siamo capaci di parlare quella lingua.


Un errore durante un percorso professionale non significa che non siamo competenti.


Un tentativo che non va come speravamo non significa necessariamente che abbiamo fallito.


Spesso significa semplicemente che stiamo facendo esperienza.


E ogni esperienza ci offre informazioni.


Ci permette di correggere la rotta, acquisire consapevolezza e fare un passo in più.


La perfezione chiede:


“Come posso evitare di sbagliare?”


L’eccellenza, invece, domanda:


“Cosa posso imparare da quello che è successo?”


GLI ALTRI SONO ANCHE NOI


C’è poi un ultimo pensiero che mi accompagna.


Quando osserviamo negli altri la paura di sbagliare, forse stiamo incontrando anche una parte di noi.


Come ci ricorda Carl Gustav Jung, ciò che riconosciamo o proiettiamo sugli altri può raccontarci qualcosa di noi stessi.


Gli altri sono anche noi.


E forse per questo quella conversazione mi ha colpita così tanto.


Perché quella paura di non essere abbastanza, di dover essere pronti prima di esporsi, di rischiare di sbagliare… è una paura che, in forme diverse, conosciamo tutti.


Anche chi fa coaching.


Anche chi accompagna gli altri.


Anche chi, come me, sceglie di parlare una lingua che non padroneggia perfettamente pur di non rinunciare alla ricchezza dell’incontro.


NON SERVE ESSERE PERFETTI PER FARE PROGRESSI


A volte basta una conversazione per ricordare a qualcuno che non deve essere perfetto per poter crescere.


Può iniziare da dove si trova.


Può sbagliare.


Può imparare.


Può riprovare.


E può scoprire, un passo alla volta, di essere molto più avanti di quanto pensasse.


Ed è anche questo il coaching:


vedere il potenziale negli altri e aiutarli a tirarlo fuori.


Non per portarli verso la perfezione.


Ma per accompagnarli verso la loro migliore espressione possibile. ♡



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